L’attuale Teatro Regio, che assunse questa denominazione solo con l’Unità d’Italia (prima era semplicemente Teatro Ducale), fu costruito per volontà di Maria Luigia fra 1821 e 1829 per raccogliere l’eredità del Teatro Ducale ubicato nel Palazzo della Riserva, fra le attuali via Cavour e via Melloni, dove oggi sono i locali della Posta e del Circolo di Lettura, un teatro che dal 1688 e per tutto il XVIII secolo aveva accolto il meglio dei cantanti e delle opere mondiali, divenendo uno dei palcoscenici più acclamati di tutta l’opera italiana del Settecento.
Continua a leggereVa precisato questo particolare per non incorrere nell’errore di pensare che l’attuale Regio sia nato nel vuoto e diventato d’improvviso une delle culle del melodramma italiano: è vero invece che il nuovo teatro accolse con benevolenza ed entusiasmo, sulla base di una tradizione radicata da un secolo e mezzo, il nuovo melodramma romantico che richiedeva sale ormai diversamente strutturate, capienze differenti, diverse acustiche. L’area per il nuovo teatro fu individuata in quella dove sorgeva il soppresso convento di S.Alessandro, uno dei conventi più importanti nella storia della città, chiuso nel 1811 dai provvedimenti napoleonici: il progetto di Nicola Bettoli, architetto di fiducia di Maria Luigia, prevedeva un corpo di fabbrica principale di 84 metri per 37,50, annunciato da una facciata a capanna di impronta neoclassica con un portico architravato sostenuto da dieci possenti colonne ioniche e coronato al piano superiore da cinque finestroni con timpani triangolari, sopra i quali si erge una finestra a lunetta affiancata da due geni della fama, opera di Tommaso Bandini.
Anche l’interno continua il tema ionico nelle colonne del foyer, che reggono un soffitto a lacunari. Sul pavimento si possono ancora notare le botole (chiuse) da cui veniva diffuso il riscaldamento nel XIX secolo, che raggiungeva lungo il corridoio centrale della platea anche il golfo mistico. La sala comprende platea, quattro ordini di palchi e un loggione. Il celebre sipario (14×10,5 metri) dipinto da Giovanni Battista Borghesi (1790-1846) rappresenta il Trionfo della Sapienza, dietro il quale va letta un’affettata allegoria del governo ludoviciano. Allo stesso Borghesi furono commissionati anche gli affreschi del soffitto della cavea, con immagini di drammaturghi fra i quali pende un grande lampadario di 1100 kg, 4×4,5 metri, uscito dalla officine di Auguste Lacerriére di Parigi. Le tre statue che ne costituivano il piede sono state tolte in occasione delle manifestazioni per il Centenario verdiano del 1913 per migliorare la visione del palcoscenico dal Loggione, e collocate all’interno del Palazzo Comunale. Il lampadario, prima a candele e poi a gas, è dal 1890 alimentato a elettricità. Stucchi e dorature sono opera di Girolamo Magnani (1853), in sostituzione delle originali decorazioni disegnate da Paolo Toschi. Un orologio “a luce” che segna l’ora di cinque in cinque minuti, posto al centro dell’architrave del proscenio, arricchito ora dai busti dorati anch’essi di poeti e compositori più o meno noti.
Il Ridotto, aggiungibile sia da una scala che innesta in un angolo del foyer quadrato sia dal terzo ordine di palchi, composto da un salone e da una saletta laterale (“saletta greca”) fu affidato alle decorazioni patentemente neoclassiche di Giovanni Azzi e Alessandro Cocchi sulla volta e di Stanislao Campana per le pareti. Recentemente soggetto a una nuova massiccia campagna di restauri, dopo quelle del 1869 e 1955, il teatro si presenta oggi con una nuova ristrutturazione del palcoscenico, ripulitura del Ridotto e rifacimento del pavimento, e l’inserimento di un impianto di climatizzazione che scorre sotto le poltrone.
L’inaugurazione fu affidata, il 16 maggio 1829,
a Vincenzo Bellini che, stretto da contingenze e da accordi frettolosi, finì per riciclare (“parodiare”) parte di materiale già scritto in un lavoro, la
Zaira, che non sortirà successo, in una serata che ha fatto e fa tuttora discutere gli storici sulle reali modalità dei fatti e dei motivi della contestazione. La consegna della partitura avvenne in ritardo, segno di fretta nella composizione, e di cattiva voglia: il librettista, Romani, con una classicacaptatio benevolentiae si costrinse a chiedere comprensione per il proprio lavoro nella prefazione dell’edizione a stampa. Dopo le polemiche scatenate in città per la scelta di un compositore ancora non definitivamente celebre, addirittura per il rifiuto di musicare il libretto di un operista parmigiano, per i continui ritardi nell’invio della musica (che faranno più volte rimandare l’apertura del teatro) l’attesa per l’andata in scena divenne alquanto inquieta. L’opera cadde, tranne un terzetto del primo atto e nonostante la presenza del cast di un divo come Luigi Lablache. Bellini chiuse ogni rapporto con Parma, andando a trovare ragione sacrosanta in Francia. La stagione del 1829 continuò comunque con Mosè e Faraone, La morte di Semiramide e il Barbiere di Siviglia
, tutte di Rossini: e fu questa volta, grandissimo successo.
| Scheda pratica per “Teatro Regio “ | |
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Comune
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Parma |
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Indirizzo
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via Garibaldi, 16 – 43100 Parma |
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Informazioni
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Biglietteria: Tel. 0521.039399 Fax 0521.504224 E.mail biglietteria@teatroregioparma.org Fondazione: Tel. 0521.039393 Fax 0521.206156 Sito Web www.teatroregioparma.org |
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